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I granelli di tutte le sabbie
colloquiano sull'immota convinzione
di smuover il deserto
e su loro,
scorre il Serpente.
Lui,
espulso con gli avanzi di una mente che ha sbagliato mestiere,
vaga vestendo significati negli occhi di chi guarda;
sibila lamenti cronici in ogni storpiamento della sua figura.
Il Serpente giace,
defraudato dell'eternità,
nei plastici impiastricciamenti delle facce.
Lui,
snudato degli attributi divini,
sbarca il lunario fra i pendolari a mezzo salario.
Lui,
nei pollici che si accavallano per formare la dignità di piccole pietruzze di carbonio,
stringe le sue spire;
Lui,
nelle concrezioni lacrimali che calcificano il normale discernimento,
piange i limiti imposti.
Ormai nauseato,
il Serpente,
rigurgita la sua coda
nell'estenuante presenza che i vivi impongono ai morti.
E invece loro,
nella curvatura imposta da un'inutile gravità,
apostrofano il suo vile scorrere,
mentre le parole di un ineffabile presente
vengono scritte al passato,
e il futuro diventa solo un intimo peccato.
Lui,
prodotto irrilevante dell'intrinseca essenza della materia,
per adesso si nasconderà,
svilito e sfinito,
nelle pieghe di un foglio appallottolato da questo autore scontento.
S'addormenterà,
inutilmente ridondante,
aspettando che la sabbia ritorni sabbia.
Nell'illusione che un granello basti a sé stesso.